“Il Sole Nudo” di Isaac Asimov

Immagine
«Soltanto quell’ultima sera su Solaria, con quelle tende strappate dalla finestra, si era reso conto del suo bisogno di affrontare l’aperto in quanto tale: per l’attrazione che esercitava e per la promessa di libertà che conteneva. Sulle terra c’erano milioni di individui pronti ad avvertire lo stesso impulso, se l’aperto fosse stato portato alla loro attenzione, se avessero potuto fare il primo passo.»

Perfetta allegoria sui rischi verso i quali l’umanità potrebbe andare incontro, dove la tendenza a un individualismo eccessivo sulla Terra (le Città sotterranee non sono che il simbolo, in scala, degli appartamenti entro cui si riversano gli uomini) è solo un punto di partenza (il punto di partenza della letteratura Asimoviana) che ha nell’agorafobia degli abitanti di Solaria la sua robotica conseguenza (logica e mai ragionevole, sottolinea Elijah).

Asimov è un fine psicologo sociale e la sociologia una scienza sempre presente nelle sue opere, ne “Il Sole Nudo” in modo più esplicito che nei precedenti “Io, Robot” e “Abissi d’Acciao”.

Tengo Famiglia e Nepotismo d’Arte

Negli anni sessanta e settanta molti intellettuali, cosiddetti di sinistra, si affannarono nel tentativo di distruggere tutto: dio, patria e famiglia. Oggi misuriamo un’eredità cui avremmo volentieri rinunciato e capiamo, definitivamente, che il loro era solo un altro modo di mettersi in mostra (alternativo all’ombelico della Carrà), una moda, considerate la scarsa qualità dei recenti lavori di alcuni di questi (ancora in vita) e l’inadeguatezza artistica della loro prole (cui nessuno di essi ha rinunciato).

Smettano subito di lavorare, per il bene dell’arte: i figli di Bellocchio, il figlio di Placido, i figli di Tognazzi, i figli di Gassman, il figlio di Walter Chiari, la nipote della Morante, il figlio di Vittorio De Sica, il figlio di Olmi.

E che non cominci mai il figlio di Nanni Moretti.

Correre, con la testa che si spacca

«Non provo più nulla di minimamente simile all’amore, non riesco a proseguire il miei interesse oltre l’iniziale e sterile enfasi che puntualmente sfocia nel prevedibile successivo, di parole pronunciate da una specie di pilota d’emergenza d’una vita. Non so nemmeno se non amo perché non ricevo amore o se non ne ricevo perché non ne do. Certo è che lo stupire o il provocare spettano sempre al sottoscritto, mai nessuna d’interesse che mi venga a costruire un percorso da seguire, fatto di pietroline e prove da superare. Non che io l’abbia mai costruito, mi sono sempre stancato prima di sapere se ne valesse o meno la pena, perché ho sempre intuito che no, non valeva. Chi riesce a rimanere desta la tua curiosità merita, a mio modesto parere, d’essere se non proprio amato (parola certo priva di un univoco e condivisibile significato) quantomeno seguito. Solo che seguire fa salire, con gli anni, l’affanno per la tendenza che l’uomo ha di finire steso nello stesso modo in cui ha cominciato. Si smette d’inseguire e ci si ferma a guardare senza più nemmeno ascoltare. L’emergenza di cui sopra è naturale ma dannosa in quanto limita e mina la tua serenità. Vivere una vita in un perenne stato d’emergenza, seppur naturale, equivale a vivere di merda. Sostituire a questa la ricerca continua di un equilibrio che a volte, con l’impegno e la fortuna, può raggiungere interessanti scoperte emotive, corrisponde a non avere sprecato del tutto la propria esistenza, assecondandola a un’ermeneutica oggettiva che dia al conflitto, soprattutto interiore, il suo giusto ruolo.»