La guerre est déclarée

ImmagineSfugge dalle mani nell’attimo esatto in cui ho smesso di prestare attenzione a tutto, ai particolari, alle parole da pronunciare, ai toni da modulare. Sfugge la coscienza di lasciare tutto così com’è: nell’ordine asettico e inattaccabile, sino a prova contraria. Forse solo un ricordo unito al desiderio di riviverlo a fondo, forse solo un errore unito al desiderio di viverlo appieno.

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Elisabetta

Vedo morire mia madre, ogni giorno di più.
Vedo il suo volto riempirsi di rughe e stanchezza.
Vedo e faccio finta che tutto sia come è sempre stato: eternamente immobile.
Vedo e minimizzo ogni suo problema, perché comodo al mio equilibrio.
L’abbraccio anche, per quaranta secondi di seguito, a volte.
Poi vado via, sicuro che tutto torni ad essere. Come è sempre stato.
E non mi accorgo, perché non mi conviene, che non è così.
Oggi ho abbracciato mia madre, per quaranta secondi di seguito.
Oggi ho visto mia madre più vecchia. Avrei voluto fare finta di niente, per quaranta secondi, prima di andare via.
Oggi ho capito che mia madre sta morendo. Oggi ho capito che non tutto sarà come mi ostino a credere.
Immobile.

Malentendu

ImmagineEri davvero convinta che sarebbe accaduto? Nessuno è venuto ad avvertirti? Pensavo fossi al corrente di tutto. Che dire… mi dispiace, soprattutto per il fraintendimento successivo. Non sono mai stato attratto dal cinema sperimentale canadese e questa ne è la prova. Però, potevi arrivarci anche da te. È stato davvero imbarazzante, lo ammetto, ed è questo l’esatto motivo per il quale dovremmo limitarci alla sola descrizione del futile, mi segui? Per non sottovalutarne la portata, specie nella prospettiva attuale: sembra ormai prossima l’apertura di un rodeo del tutto nuovo, si attendono solo alcuni permessi che non sarà un problema ottenere.

TRILOGIA DELLA CITTÀ DI K. DI AGOTA KRISTOF

ImmagineNell’affrontare un qualsiasi libro ci si dovrebbe sempre chiedere – prima, ma soprattutto dopo – quale sia il fine che l’autore si è preposto. Nel caso di opere didattiche, ad esempio, chiedersi se il nostro bagaglio ne esce arricchito o confuso o perplesso, oppure no, e valutare, in base a questo, il valore effettivo di ciò che si è letto. In questo caso, opera di pura narrativa, l’impressione finale risulta positiva da un lato, mentre dall’altro permangono alcuni dubbi, nati con l’incalzare della storia. Positiva per il semplice fatto che “Trilogia della città di K.” scende come l’acqua, grazie alla strategia utilizzata soprattutto nella prima parte, con periodi brevissimi di mezzo o uno o due righi, e capitoli di una pagina. Dall’altro lato, sommando le molteplici parole chiave ad effetto – come: gemelli monozigoti, zoofilia, nazismo, guerra, deportazione di ebrei, omosessualità (tra ufficiali nazisti), pedofilia, omicidio minorile, suicidio, cadaveri trafugati, sogni (e confusione tra questi e la realtà), socialismo, barbarie, dipendenza (da fumo, alcool) – viene da chiedersi se l’intento dell’autrice fosse davvero quello di raccontarci una storia interessante (ed è più o meno questo il caso), una storia che facesse riflettere (e non è questo il caso), o una storia che vendesse milioni di copie (ed è decisamente questo il caso).

La chanson des vieux amants

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Sono ormai anni che non provo una passione vera, una passione che mi tenga sveglio la notte per una telefonata che tarda ad arrivare, qualcosa per cui valga la pena prendere l’auto alle tre del mattino per raggiungerla e farci l’amore. Sono ormai anni che non faccio cazzate per qualcuno per il gusto di farle, per sentirmi vivo, fossero per la persona peggiore del mondo. Sono ormai anni che sono troppo convinto di me, delle mosse da fare e delle parole da tacere per l’avversione al prevedibile, al tanto so già come va a finire. Così, puntualmente finiscono cose mai cominciate perché non ci hai creduto; quando poi ci credi non hai la fortuna di piacere nel modo che vorresti o manchi di tempismo perché sono lusingata, ma ho già ho un’altra storia e sono convinta che, in una realtà parallela, ti avrei amato alla follia. Sono ormai anni che respiro male e che rido sì, ma non di felicità. Da troppo tempo l’amore ha la triste ambizione di rimanersene nella massima serie senza troppi patemi, e per la paura di perdere ancora si accontenta di stare nel mezzo, di qualche vittoria ormonale e qualche calcolo frainteso o andato a male. La vita senza amore è come una minestra senza sale. Una volta ho sentito qualcuno costretto a stare a dieta per via del colesterolo e successivamente rinunciare a privazioni che da un lato gli avrebbero allungato la vita, forse, dall’altro gli stavano deprimendo l’animo. Il compromesso sarebbe accettare tutto, contestualizzare gli errori se questi non superano la soglia del lecito, e sperare che la fortuna ti assista fino alla fine. Anche se, dall’altro lato, la tentazione d’una vita tranquilla, con il cuore costante nei suoi battiti, è pure forte. Amatemi, dunque, ma non fatemi ammalare.

Voi non avevate voci potenti

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Viene da chiedersi quanto sia, questa, un’operazione costruita a tavolino e quali siano i reali meriti letterari di Claudia Rusch nell’aver scritto un libro che, dall’inizio alla fine, non regala alcun tipo di emozione o coinvolgimento. Né un libro storico (ci mancherebbe altro), né un percorso interiore talmente interessante da dovere essere raccontato. La Rusch troppo frettolosamente segue la caduta del muro, e con esso il crollo di un sistema politico utopico per eccellenza, mostrando uno scarno spaccato di 120 pagine – font 12 – di quello che è, insieme al nazismo e alla Grande Guerra, l’avvenimento più importante di tutto il novecento. Quindici anni di DDR – la Rusch è nata nel 1971 – e altri aneddoti sino al 2002 introdotti, suppongo, per allungare il brodo. Il risultato finale è una delusione pari a quella dell’autrice nei confronti del socialismo reale.

“Il Sole Nudo” di Isaac Asimov

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«Soltanto quell’ultima sera su Solaria, con quelle tende strappate dalla finestra, si era reso conto del suo bisogno di affrontare l’aperto in quanto tale: per l’attrazione che esercitava e per la promessa di libertà che conteneva. Sulle terra c’erano milioni di individui pronti ad avvertire lo stesso impulso, se l’aperto fosse stato portato alla loro attenzione, se avessero potuto fare il primo passo.»

Perfetta allegoria sui rischi verso i quali l’umanità potrebbe andare incontro, dove la tendenza a un individualismo eccessivo sulla Terra (le Città sotterranee non sono che il simbolo, in scala, degli appartamenti entro cui si riversano gli uomini) è solo un punto di partenza (il punto di partenza della letteratura Asimoviana) che ha nell’agorafobia degli abitanti di Solaria la sua robotica conseguenza (logica e mai ragionevole, sottolinea Elijah).

Asimov è un fine psicologo sociale e la sociologia una scienza sempre presente nelle sue opere, ne “Il Sole Nudo” in modo più esplicito che nei precedenti “Io, Robot” e “Abissi d’Acciao”.

Tengo Famiglia e Nepotismo d’Arte

Negli anni sessanta e settanta molti intellettuali, cosiddetti di sinistra, si affannarono nel tentativo di distruggere tutto: dio, patria e famiglia. Oggi misuriamo un’eredità cui avremmo volentieri rinunciato e capiamo, definitivamente, che il loro era solo un altro modo di mettersi in mostra (alternativo all’ombelico della Carrà), una moda, considerate la scarsa qualità dei recenti lavori di alcuni di questi (ancora in vita) e l’inadeguatezza artistica della loro prole (cui nessuno di essi ha rinunciato).

Smettano subito di lavorare, per il bene dell’arte: i figli di Bellocchio, il figlio di Placido, i figli di Tognazzi, i figli di Gassman, il figlio di Walter Chiari, la nipote della Morante, il figlio di Vittorio De Sica, il figlio di Olmi.

E che non cominci mai il figlio di Nanni Moretti.

Correre, con la testa che si spacca

«Non provo più nulla di minimamente simile all’amore, non riesco a proseguire il miei interesse oltre l’iniziale e sterile enfasi che puntualmente sfocia nel prevedibile successivo, di parole pronunciate da una specie di pilota d’emergenza d’una vita. Non so nemmeno se non amo perché non ricevo amore o se non ne ricevo perché non ne do. Certo è che lo stupire o il provocare spettano sempre al sottoscritto, mai nessuna d’interesse che mi venga a costruire un percorso da seguire, fatto di pietroline e prove da superare. Non che io l’abbia mai costruito, mi sono sempre stancato prima di sapere se ne valesse o meno la pena, perché ho sempre intuito che no, non valeva. Chi riesce a rimanere desta la tua curiosità merita, a mio modesto parere, d’essere se non proprio amato (parola certo priva di un univoco e condivisibile significato) quantomeno seguito. Solo che seguire fa salire, con gli anni, l’affanno per la tendenza che l’uomo ha di finire steso nello stesso modo in cui ha cominciato. Si smette d’inseguire e ci si ferma a guardare senza più nemmeno ascoltare. L’emergenza di cui sopra è naturale ma dannosa in quanto limita e mina la tua serenità. Vivere una vita in un perenne stato d’emergenza, seppur naturale, equivale a vivere di merda. Sostituire a questa la ricerca continua di un equilibrio che a volte, con l’impegno e la fortuna, può raggiungere interessanti scoperte emotive, corrisponde a non avere sprecato del tutto la propria esistenza, assecondandola a un’ermeneutica oggettiva che dia al conflitto, soprattutto interiore, il suo giusto ruolo.»