TRILOGIA DELLA CITTÀ DI K. DI AGOTA KRISTOF

ImmagineNell’affrontare un qualsiasi libro ci si dovrebbe sempre chiedere – prima, ma soprattutto dopo – quale sia il fine che l’autore si è preposto. Nel caso di opere didattiche, ad esempio, chiedersi se il nostro bagaglio ne esce arricchito o confuso o perplesso, oppure no, e valutare, in base a questo, il valore effettivo di ciò che si è letto. In questo caso, opera di pura narrativa, l’impressione finale risulta positiva da un lato, mentre dall’altro permangono alcuni dubbi, nati con l’incalzare della storia. Positiva per il semplice fatto che “Trilogia della città di K.” scende come l’acqua, grazie alla strategia utilizzata soprattutto nella prima parte, con periodi brevissimi di mezzo o uno o due righi, e capitoli di una pagina. Dall’altro lato, sommando le molteplici parole chiave ad effetto – come: gemelli monozigoti, zoofilia, nazismo, guerra, deportazione di ebrei, omosessualità (tra ufficiali nazisti), pedofilia, omicidio minorile, suicidio, cadaveri trafugati, sogni (e confusione tra questi e la realtà), socialismo, barbarie, dipendenza (da fumo, alcool) – viene da chiedersi se l’intento dell’autrice fosse davvero quello di raccontarci una storia interessante (ed è più o meno questo il caso), una storia che facesse riflettere (e non è questo il caso), o una storia che vendesse milioni di copie (ed è decisamente questo il caso).

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Voi non avevate voci potenti

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Viene da chiedersi quanto sia, questa, un’operazione costruita a tavolino e quali siano i reali meriti letterari di Claudia Rusch nell’aver scritto un libro che, dall’inizio alla fine, non regala alcun tipo di emozione o coinvolgimento. Né un libro storico (ci mancherebbe altro), né un percorso interiore talmente interessante da dovere essere raccontato. La Rusch troppo frettolosamente segue la caduta del muro, e con esso il crollo di un sistema politico utopico per eccellenza, mostrando uno scarno spaccato di 120 pagine – font 12 – di quello che è, insieme al nazismo e alla Grande Guerra, l’avvenimento più importante di tutto il novecento. Quindici anni di DDR – la Rusch è nata nel 1971 – e altri aneddoti sino al 2002 introdotti, suppongo, per allungare il brodo. Il risultato finale è una delusione pari a quella dell’autrice nei confronti del socialismo reale.

“Il Sole Nudo” di Isaac Asimov

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«Soltanto quell’ultima sera su Solaria, con quelle tende strappate dalla finestra, si era reso conto del suo bisogno di affrontare l’aperto in quanto tale: per l’attrazione che esercitava e per la promessa di libertà che conteneva. Sulle terra c’erano milioni di individui pronti ad avvertire lo stesso impulso, se l’aperto fosse stato portato alla loro attenzione, se avessero potuto fare il primo passo.»

Perfetta allegoria sui rischi verso i quali l’umanità potrebbe andare incontro, dove la tendenza a un individualismo eccessivo sulla Terra (le Città sotterranee non sono che il simbolo, in scala, degli appartamenti entro cui si riversano gli uomini) è solo un punto di partenza (il punto di partenza della letteratura Asimoviana) che ha nell’agorafobia degli abitanti di Solaria la sua robotica conseguenza (logica e mai ragionevole, sottolinea Elijah).

Asimov è un fine psicologo sociale e la sociologia una scienza sempre presente nelle sue opere, ne “Il Sole Nudo” in modo più esplicito che nei precedenti “Io, Robot” e “Abissi d’Acciao”.