La chanson des vieux amants

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Sono ormai anni che non provo una passione vera, una passione che mi tenga sveglio la notte per una telefonata che tarda ad arrivare, qualcosa per cui valga la pena prendere l’auto alle tre del mattino per raggiungerla e farci l’amore. Sono ormai anni che non faccio cazzate per qualcuno per il gusto di farle, per sentirmi vivo, fossero per la persona peggiore del mondo. Sono ormai anni che sono troppo convinto di me, delle mosse da fare e delle parole da tacere per l’avversione al prevedibile, al tanto so già come va a finire. Così, puntualmente finiscono cose mai cominciate perché non ci hai creduto; quando poi ci credi non hai la fortuna di piacere nel modo che vorresti o manchi di tempismo perché sono lusingata, ma ho già ho un’altra storia e sono convinta che, in una realtà parallela, ti avrei amato alla follia. Sono ormai anni che respiro male e che rido sì, ma non di felicità. Da troppo tempo l’amore ha la triste ambizione di rimanersene nella massima serie senza troppi patemi, e per la paura di perdere ancora si accontenta di stare nel mezzo, di qualche vittoria ormonale e qualche calcolo frainteso o andato a male. La vita senza amore è come una minestra senza sale. Una volta ho sentito qualcuno costretto a stare a dieta per via del colesterolo e successivamente rinunciare a privazioni che da un lato gli avrebbero allungato la vita, forse, dall’altro gli stavano deprimendo l’animo. Il compromesso sarebbe accettare tutto, contestualizzare gli errori se questi non superano la soglia del lecito, e sperare che la fortuna ti assista fino alla fine. Anche se, dall’altro lato, la tentazione d’una vita tranquilla, con il cuore costante nei suoi battiti, è pure forte. Amatemi, dunque, ma non fatemi ammalare.

Tengo Famiglia e Nepotismo d’Arte

Negli anni sessanta e settanta molti intellettuali, cosiddetti di sinistra, si affannarono nel tentativo di distruggere tutto: dio, patria e famiglia. Oggi misuriamo un’eredità cui avremmo volentieri rinunciato e capiamo, definitivamente, che il loro era solo un altro modo di mettersi in mostra (alternativo all’ombelico della Carrà), una moda, considerate la scarsa qualità dei recenti lavori di alcuni di questi (ancora in vita) e l’inadeguatezza artistica della loro prole (cui nessuno di essi ha rinunciato).

Smettano subito di lavorare, per il bene dell’arte: i figli di Bellocchio, il figlio di Placido, i figli di Tognazzi, i figli di Gassman, il figlio di Walter Chiari, la nipote della Morante, il figlio di Vittorio De Sica, il figlio di Olmi.

E che non cominci mai il figlio di Nanni Moretti.

Correre, con la testa che si spacca

«Non provo più nulla di minimamente simile all’amore, non riesco a proseguire il miei interesse oltre l’iniziale e sterile enfasi che puntualmente sfocia nel prevedibile successivo, di parole pronunciate da una specie di pilota d’emergenza d’una vita. Non so nemmeno se non amo perché non ricevo amore o se non ne ricevo perché non ne do. Certo è che lo stupire o il provocare spettano sempre al sottoscritto, mai nessuna d’interesse che mi venga a costruire un percorso da seguire, fatto di pietroline e prove da superare. Non che io l’abbia mai costruito, mi sono sempre stancato prima di sapere se ne valesse o meno la pena, perché ho sempre intuito che no, non valeva. Chi riesce a rimanere desta la tua curiosità merita, a mio modesto parere, d’essere se non proprio amato (parola certo priva di un univoco e condivisibile significato) quantomeno seguito. Solo che seguire fa salire, con gli anni, l’affanno per la tendenza che l’uomo ha di finire steso nello stesso modo in cui ha cominciato. Si smette d’inseguire e ci si ferma a guardare senza più nemmeno ascoltare. L’emergenza di cui sopra è naturale ma dannosa in quanto limita e mina la tua serenità. Vivere una vita in un perenne stato d’emergenza, seppur naturale, equivale a vivere di merda. Sostituire a questa la ricerca continua di un equilibrio che a volte, con l’impegno e la fortuna, può raggiungere interessanti scoperte emotive, corrisponde a non avere sprecato del tutto la propria esistenza, assecondandola a un’ermeneutica oggettiva che dia al conflitto, soprattutto interiore, il suo giusto ruolo.»